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“Amazzonia – Io mi fermo qui (viaggio in solitaria tra i popoli invisibili)” di Pietruccio Montalbetti

Pietro Montalbetti - AmazzoniaQuando un cantautore famoso a livello internazionale non si accontenta di adagiarsi sugli allori del successo, bensì è divorato dalla brama di conoscere, di esplorare e di mettersi in gioco, è pure in grado di continuare a produrre lavori di elevata caratura artistica, anche in ambiti diversi dalla musica. È il caso di Pietro Montalbetti (meglio conosciuto come Pietruccio), fondatore del celebre gruppo beat italiano Dik Dik, il quale, oltre ad un’invidiabile carriera musicale, può vantare un’interessante attività come scrittore. La sua ultima fatica letteraria, “Amazzonia – Io mi fermo qui (viaggio in solitaria tra i popoli invisibili)”, è un vero e proprio documentario sulle usanze, i costumi e le tradizioni di popoli sconosciuti che vivono nel celebre “polmone della terra” e non solo. È molto più di un libro di narrativa raccontato in prima persona e nemmeno propriamente un romanzo d’avventura: si tratta di un reportage appassionato e dettagliato di un viaggio, realmente intrapreso dallo stesso autore, alla scoperta di gente dimenticata dai media e dal mondo cosiddetto “civilizzato”. Lo stile “giornalistico” di Montalbetti, il quale ricorda molto quello di Jack Kerouac nel famoso romanzo “On the road”, è talmente fitto di dettagliate e accurate descrizioni sulle usanze dei popoli “indios” che occupano l’Amazzonia ecuadoregna, dei Peruviani delle Ande e di altre popolazioni sudamericane che potrebbe essere paragonato ad una nitida istantanea su comunità che poco conosciamo. Nel suo viaggio, Montalbetti è andato in cerca di gente più che di posti e questa sua sensibilità antropologica è il filo conduttore dell’intero romanzo. Egli preferisce la narrazione ai dialoghi i quali, quando sono presenti, sono sempre essenziali e brevi. La narrazione è intessuta su alcune caratteristiche peculiari: la prima è il forte desiderio di esplorare l’esistenza da un punto di vista completamente diverso da quello occidentale, ossia quello della condivisione per la mera sopravvivenza, la seconda è la brama di conoscere persone, diverse ma alla fine come tutti noi, fatte di aggressività ed empatia, la terza è la critica indiretta ma ben percepibile al cosiddetto mondo civilizzato che sfrutta la mentalità e il bisogno di sopravvivenza di certe popolazioni per assoggettarle ad un gretto profitto economico e l’ultima, ma non meno importante, è la ricerca di risposte a certi interrogativi circa l’esistenza, la sofferenza e Dio. Il romanzo di Montalbetti non ha bisogno di storie inventate, né tanto meno di elucubrazioni introspettive; la realtà su cui si basa è di per sé interessantissima e non necessita di fronzoli. Lo scrittore si limita ad osservare e a far rivivere un’esperienza realmente vissuta e lo fa in maniera impeccabile. Il lettore ha la sensazione di un’immersione sensoriale a livello totale. La narrazione dev’essere per forza essenziale, altrimenti il rischio sarebbe quello di contaminare inutilmente un’avventura di per sé fantastica, accattivante, intrigante, direi quasi folle. Laggiù in Amazzonia la vita è precaria, piena di sfide e pericoli e, per questo, ogni singolo momento, dall’assaporare del brodo con la yuca al riuscire a ricavarsi un riparo dall’abbondante pioggia equatoriale, dall’arrivare a destinazione su di una imbarcazione di fortuna fino a curare con i pochi mezzi a disposizione un indio gravemente ferito, assume un valore speciale. È degna di nota l’accuratezza storica delle informazioni che lo scrittore fornisce circa posti, eventi storici e personaggi realmente esistiti. Il viaggio di Montalbetti (e di chi ha la fortuna di leggerne il libro!) si spinge fino alle isole Galapagos, per poi tornare sul territorio continentale, più precisamente in Perù, passando attraverso la celebre Machu Picchu. Il romanzo affronta molte realtà presenti e passate: gli indios amazzoni, i coloni, i missionari, gli esploratori, i ricchi proprietari di piantagioni di caffè e i braccianti nativi che vivono in condizioni di povertà. In ciascuna realtà sociale si trova il “buono” e il “cattivo”, la persona amichevole e quella ingannevole, lo spietato e l’empatico, l’avido e l’altruista, lo schivo e l’ospitale. Montalbetti descrive un viaggio magnifico e trasognato, ma quest’ultimo sembra quasi un pretesto per analizzare e scoprire l’umanità in tutte le sue sfaccettature, con i suoi comportamenti e abitudini, con il suo temperamento e retaggio ambientale. Alla fine, si ha la netta impressione che gli uomini, a prescindere da dove siano nati o da dove vivano, abbiano comunque gli stessi bisogni, le stesse peculiarità e pure le stesse differenze all’interno della stessa comunità. Nonostante le sfide e i pericoli dell’ambiente in cui vivono, Montalbetti considera i nativi “privilegiati”, in quanto, come afferma lui stesso, “hanno scelto un richiamo irrefrenabile” che non è altro che la scelta di vivere liberi da chi li vuole “civilizzare”, ossia, ghettizzare, sfruttare e relegare in spazi troppo stretti che a loro (e ad ogni uomo, per estensione!) non appartengono. “Amazzonia” è sostanzialmente un inno alla libertà da un modo di vivere, quello “occidentale” che sta stretto a molti, che tende a depersonalizzarti e a non darti nemmeno il tempo di chiederti chi sei e che senso abbia la tua esistenza. È forse proprio per questo motivo che Montalbetti esclama: “Io mi fermo qui”, ammiccando al titolo di una sua celebre canzone.

A cura di Filippo Bombonato

Titolo: “Amazzonia – Io mi fermo qui (viaggio in solitaria tra i popoli invisibili)”
Autore: Pietruccio Montalbetti
Editore: ZONA Music Books

Libro pp. 220 ISBN 9788864387536
E-book pdf ISBN 9788864387734
E-Pub ISBN 9788864387741

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