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“Diari Aperti”, Elisa

5 milioni e mezzo di dischi venduti in tutto il mondo, 10 volte in top ten con gli album e 4 volte in prima posizione, 16 volte sempre in top ten con i singoli, di cui 6 in prima posizione, 1 disco di diamante, 1 di multiplatino, 33 dischi di platino e 10 dischi d’oro. Basterebbero i numeri a dirla lunga su Elisa Toffoli, celebre cantante italiana, nonché idolo di un pubblico che si fa sempre più vario. Ma Elisa è molto di più. È una delle voci più belle d’Italia, una cantautrice dalla particolare sensibilità, che non disdegna né la sperimentazione, né lo spaziare da uno stile all’altro, polistrumentista (suona di tutto, dal campanello di casa a percussioni esotiche, passando ovviamente attraverso piano, chitarra, batteria e i vari strumenti più convenzionali!) e produttrice discografica dallo spiccato fiuto per il talento.

Son passati 20 anni dal suo esordio discografico, con l’album in pure stile pop-rock alternativo “Pipes and flowers”, il cui ammiccare a cantanti d’oltreoceano come Alanis Morrissette e Bjork hanno portato i critici a catalogarla tra le cantautrici di quel genere. In realtà, nel corso degli anni, Elisa ha saputo trasformarsi, virando a generi nuovi e sperimentando nuove forme di linguaggio musicale. Ed è forte di questo background che, nell’ottobre del 2018, “sforna” l’album “Diari aperti”.

“Tutta un’altra storia” è un brano con sonorità reggae e synth-pop, accattivante, radiofonico, immediato. Il testo ruota attorno ad azzeccate frasi ad effetto, talvolta piuttosto stralunate, quasi kafkiane (“E al mattino guardare se il bianco dell’uovo ha formato un veliero che naviga in bicchiere ed issa le vele”). Certe soluzioni liriche assomigliano a quelle spesso utilizzate da Max Gazzè, Calcutta, Lo Stato Sociale, e pure, volendo, dal Battisti con Pasquale Panella, nelle quali il potenziale ritmico ed immaginifico dell’accostamento di parole lascia che il significato vero e proprio delle frasi lo assecondi.

“Se piovesse il tuo nome” è uno struggente rimpianto, un malinconico ripensare ad un amore mai stato veramente tale, o meglio, vissuto a metà. Nel brano l’artista guarda al passato, cercando di capire di chi sia stata la colpa e dipingendo immagini bellissime attorno al condizionale “se”. La musica, sostanzialmente costruita su un giro armonico per pianoforte, è ricca di crescendo orchestrali e arpeggi chitarristici ipnotici e nostalgici. Efficace il videoclip, il quale vede Elisa struggersi sotto la pioggia, in un silenzioso raccoglimento su una gradinata bagnata e lungo i corridoi di una stazione.

“Tua per sempre”, se paragonata ad altre tracce presenti nell’album, risulta essere un brano più ordinario, anche se il termine non si addice in genere ad Elisa Toffoli. È un’altra canzone molto radiofonica e di facile ascolto. L’affascinante falsetto ricorda un po’ il brano “Gli ostacoli del cuore”, il celebre brano scritto a quattro mani con Ligabue. Il tappeto sonoro è intrigante nell’uso di chitarre riverberate in stile beat anni ’60. “In questo viaggio di sola andata, se sono qui ci sarà un senso… vedrai che il tempo non ci prende, comunque vada resto tua per sempre” sono frasi che danno un tocco di esistenzialismo a quella che è, basilarmente, un’accorata dichiarazione d’amore incondizionato.

“Anche fragile” è, come suggerisce il titolo stesso, un inno alla fragilità. Il testo è di sublime poesia nelle sue semplicità ed efficacia. “Vieni qui, ma portati gli occhi e il cuore… io ti porto un gelato che non puoi mangiare… e piangiamo insieme che non piangi mai… non nasconderti, con le battute non mi allontanare… invece dimmi cosa ti andrebbe di fare… e ridiamo insieme che ridiamo sempre, sempre, ma non basta mai” è poesia accompagnata da un ritornello mozzafiato. Elisa suggerisce all’ascoltatore che non c’è da vergognarsi se si è fragili. Anche in questa canzone, l’inizio lento, eseguito al piano, lascia poi posto a crescendo d’orchestra da brividi. Perfetto il video, il quale segue i piano e forte del tessuto sonoro, un clip le cui riprese avvengono in una stanza vuota e bianca (un po’ in stile “Imagine” di John Lennon) che si colora di diapositive e di ricordi, in un alternarsi ad effetto di chiaroscuri, ossia quello delle emozioni.

Con “Promettimi” si torna al classico stile della cantautrice che caratterizza i suoi ultimi lavori discografici. È un brano che parte piano, per poi espandersi fino a raggiungere una musicalità magnificente e assoluta. La traccia è perfetta per il suo timbro e la sua estensione vocale: un brano cucito su misura per le evoluzioni della sua voce. Anche qui la poetica è struggente e molto suggestiva, nel suo inneggiare all’importanza del tener conto del “sentire”, che si tratti di dover fare delle scelte o semplicemente di esistere. “Io con te ho imparato a dire ‘ti voglio bene’ e a saltare senza contare… e che conta quel che rimane… Cambia tutto ma quello resta sempre uguale… Credo che sia questo amore e credo che sia questo amare”: con questo assioma la cantautrice definisce l’amore.

Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio sulla capacità di Elisa di scrivere poesia di pregiata caratura, ascolti “L’amore per te”. “Un po’ dolce, un po’ amaro, un po’ fango, un po’ cielo: dove trovi tanti anni di cinema?… L’ amore per te è come fosse magico e voltasse le carte, un po’ come te che non sai mai niente e poi mi leggi nella mente, se ti va… L’amore per te è stupido e non gli importa di niente, non si fa consigliare e non sa farti domande, è fatto così, irriverente, non ci passa neanche per la mente” è il meglio di una “dedica d’amore all’amore”.

Imprevedibile “L’estate è già fuori”. Nel brano si trovano suoni etnici e tribali, nonché un ritornello “catchy”, perfetto per i passaggi radio. Sicuramente non è una canzone dello stesso spessore artistico di altre presenti nella playlist, ma c’è da ricordare che Elisa non vuole prendersi troppo sul serio e che il disimpegno, talvolta, fa molto bene all’anima.

Elisa, Diari ApertiUna Elisa intimista, leggiadra e dolcemente acustica si scopre nella ballata “Con te mi sento così”. Il suono è volutamente scarno: una chitarra acustica può bastare per far sì che la splendida voce della cantautrice friulana emozioni ancora. Il brano ammicca volutamente al cantautorato italiano che caratterizzò gli anni ’70, semplice, minimalista e dal forte impatto emotivo. La linea melodica è ripetuta più volte senza variazioni e questo fa sì che ti si stampi in testa senza che se ne vada via. Sembra di ascoltare una Joni Mitchell all’italiana, con un approccio vocale e lirico meravigliosamente fanciullesco. Un quartetto d’archi è tutto ciò che agli arrangiamenti scarni è stato aggiunto per una ballata già di per sé perfetta.

Spassose sonorità reggae caratterizzano il brano “Vivere tutte le vite”. Un’Elisa insolita: sperimentale, etnica, esotica e sempre pronta a mettersi in gioco. “Non serve vivere tutte le vite, vedere ogni posto del mondo, fingere tutte le volte, esser sempre forte, uscirne senza graffi sulla pelle e non saper mai cos’è una fine” canta l’artista, sbugiardando una volta per tutte quella sorta di necessità imposta dalla società in cui viviamo di essere sempre perfetti, anche a costo di indossare una maschera.

In “Come fosse adesso” riaffiorano sonorità synth pop all’italiana, per un brano che usa stralunate soluzioni liriche (“…su di me caduta con la bici addosso, il cane, nel novantadue, quando eravamo in due…”). Elisa è un’artista decisamente camaleontica, sempre pronta a cambiare, a sperimentare, a mettersi in gioco e il risultato è sempre eccelso. Pur non disdegnando l’ispirazione da parte di altri artisti e stili musicali, rimane sempre riconoscibilissimo il suo “marchio di fabbrica”.

Nel brano “Quelli che restano” l’artista duetta con un “mostro sacro” del cantautorato italiano, ossia Francesco De Gregori, e così, poesia si somma poesia. E ne risulta “poesia somma”. L’ermetismo tipico delle canzoni di De Gregori viene preso a prestito da Elisa, la quale scrive un brano liricamente nello stile del celebre cantautore italiano. Questo fatto pone ancora una volta in evidenza la versatilità dalla cantautrice friulana, la quale si sa addirittura “reincarnare” in un altro artista giusto per lo spazio di una canzone. “Ma noi siamo quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi che ballano, e gli occhiali li tolgono con l’acceleratore fino in fondo… le vite che sfrecciano, e vai e vai, che presto i giorni si allungano e avremo sogni come fari, avremo gli occhi, vigili e attenti , selvatici degli animali…” è bellezza di altissimo livello. L’efficacia di tale poetica sta nel saper accostare elementi astratti (sogni) con altri materiali e puramente legati al vissuto quotidiano (come fari). Musicalmente, il brano è un crescendo che parte dalla sola voce di De Gregori, fino ad arrivare ad un’orchestra da pelle d’oca che fa da tappeto sonoro al meraviglioso duetto vocale tra il cantantautore bucolico e la camaleontica pop-star italiana della nostra generazione. Punto altissimo dell’intero album. Il video, volutamente minimalista, vede i due cantautori sul palco di un teatro vuoto mentre cantano, ridono, si commuovono, danzano.

Elisa non delude mai. In “Diari aperti” si percepisce una sorta di “bipolarismo” (o forse equilibrio!) tra momenti molto nostalgici ed altri altrettanto disimpegnati, tra brani struggenti ed altri solari. In linea di massima, è un album pieno zeppo di momenti intensi, sia da un punto di vista musicale che poetico, il quale non disdegna la leggerezza e le sperimentazione. D’altronde, da un’artista veramente a tutto tondo come Elisa, non ci si può aspettare altro che capolavori.

A cura di Filippo Bombonato

Sito ufficiale: https://www.elisatoffoli.com/

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