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“Lovestronauta (Parte I)”, Salvoemme

Lovestronauta, Salvoemme
Dopo il fortunato album d’esordio “L’ordine delle cose” (2018), disco nel quale canzone d’autore si fonde con sonorità beat e brit pop, Salvatore Messina, in arte Salvoemme, pubblica “Lovestronauta (parte prima)”. Ascoltando il suo secondo lavoro, uscito proprio in questi giorni, ci si accorge da subito di “avere in cuffia” un album un po’ diverso dal precedente, più efficace negli arrangiamenti, molto originale nelle soluzioni armoniche e struggente nelle linee melodiche. È cantautorato raffinato nel quale le velleità tardo psichedeliche che c’erano nell’album d’esordio affiorano con più prepotenza. I brani, pur mantenendo la forma canzone, sono avvolti da una sorta di “aura cosmica”: sonorità rarefatte e riverberate, nonché un uso intelligente, contestualizzato e ragionato dell’elettronica, regalano a ciascuna traccia una specie di “romanticismo universale”. E sembra essere proprio questo il ruolo del “lovestronauta”, ossia quello di diffondere amore fino agli angoli dell’universo.

La canzone che dà il titolo all’album descrive l’esperienza emozionale di un ipotetico “navigatore delle stelle” in cerca d’amore, in cerca di lei. Vi sono tre elementi che rendono il brano particolarmente struggente: gli accordi di un “pianoforte perso nello spazio”, la presenza di un affascinante linea melodica di sintetizzatore moog che contrappunta il canto e la voce di Alex AllyFy che si sposa benissimo in un duetto perfetto con il cantautore.

“Due” è una bella canzone d’amore, poetica e stralunata. Il testo dipinge efficaci affreschi poetici (“se per ogni stella un desiderio c’è, per ogni me esiste un’altra te”, “confondo le mie scarpe con le tue e posso contare fino a due” e “se tu fossi il mare, sale io sarei, se io fossi cielo ti colorerei”) che si delineano tra sonorità che si rifanno ai The Beatles, ma anche a Max Gazzè. Uno strano ma efficace connubio. Ne risulta un cantautorato italiano genuino, gradevole e facilmente fruibile.

“La rosa di De Saint-Exupèry” è un brano acustico che a un primo ascolto può sembrare più convenzionale. In realtà ti entra sotto pelle piano piano, soprattutto grazie alle efficaci soluzioni liriche alquanto ermetiche e alle scelte armoniche originali, in evoluzione tra modo maggiore e minore, cambi di tonalità, creando destabilizzanti e affascinanti cambi di rotta emotivi. Ancora una volta è innegabile l’ispirazione attinta dai The Beatles di “St. Pepper”, dalla seconda ondata di British Invasion anni ’90 (Oasis, The Verve, Pulp), il tutto rielaborato secondo gli stilemi della canzone d’autore all’italiana.

“Leggera” è una canzone acustica, intimista e meravigliosa. Affiorano ricordi del periodo d’oro dei cantautori italiani, gli anni ’70, ma anche di certe ballate acustiche di John Lennon. Rimane quel tocco di psichedelia stralunata che, alla fine, è lo stile peculiare di Salvoemme. E’ un brano molto immediato, di quelli il cui ritornello si canta a squarciagola senza bisogno di pensare alle parole.

Brano decisamente radiofonico è “Il mio tempo”. L’immediatezza di Salvoemme non è mai scontata, soprattutto nei giri e nei cambi armonici. Arrangiamenti perfettamente in sintonia con l’esistenzialismo del testo relativo allo scorrere del tempo, al suo fermarsi e alla natura dei sogni. Il tutto è condito da un’atmosfera musicale e lirica che si rifà vagamente al mondo meditativo e alla concezione del “qui ed ora” di stampo orientale.

“Solo”, fra tutti i brani dell’album, è il più rappresentativo della concezione musicale di Salvoemme: sperimentazione dosata e mai fuori luogo, psichedelia, brit pop e canzone d’autore originalissima.

E poi ci sono quei brani semplici che ti fanno versare una lacrima. È il caso di “4 aprile 2020”, forse il brano più deliziosamente struggente, bello e contemplativo. Sarà che i ricordi rimangono sempre la più efficace fonte d’ispirazione. “4 aprile” non ha bisogno di arrangiamenti o fronzoli: è un’ode perfetta al ricordo di un amore andatosene. Aleggia la presenza di Lennon e McCartney in certe progressioni armoniche.

“Non può far male” spicca per bellezza poetica e per un’ originalissima convivenza tra melodia convenzionale e improvvisi cambi di rotta in favore di sonorità sperimentali e arrangiamenti decisamente psichedelici. Questo è il brano che, più di tutti, fa emergere l’amore di Salvoemme per i The Beatles di “Strawberry fields forever”, soprattutto nel finale (sonorità circensi, megafoni, schiamazzi da baraccone e molto altro). Non si può negare che il cantautore sia cresciuto a “pane e Beatles”!

Con la prima parte di “Lovestronauta”, Salvoemme ha riconfermato la sua identità di cantautore italiano con una forte nostalgia per la psichedelia e il beat, regalandoci però un lavoro più maturo, originale e sorprendente rispetto al precedente. Lo si può definire una sorta di Donovan nostrano, o meglio, uno degli artisti indipendenti più originali attualmente in circolazione. Rimaniamo in attesa della seconda parte di “Lovestronauta”, mentre nel frattempo ci godiamo la prima.

A cura di Filippo Bombonato

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