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“Tempo” di Roberto Binetti e Pacho Rossi

Roberto Binetti e Ale Pacho Rossi, TempoSettembre 2018 apre un autunno che sa di musica d’ambiente, new age, progressive e tanta sperimentazione jazz. Il merito di questo sound va a un duo di prestigiosi strumentisti, ossia Roberto Binetti e Ale “Pacho” Rossi, ciascuno con una carriera musicale invidiabile (Binetti è pianista, compositore e improvvisatore che vanta contributi sonori per produzioni televisive Rai e Mediaset, nonché collaborazioni con maestri del calibro di Peppe Vessicchio, Pippo Caruso, Valeriano Chiaravalle e con artisti nazionali ed internazionali quali Alex Baroni, Rossana Casale, Fausto Leali, la mitica Gloria Gaynor e molti altri; Pacho è percussionista e batterista che ha suonato per Elio e Le storie tese, Morgan, Rossana Casale, Ladri di biciclette, Enzo Jannacci, il leggendario James Taylor, Jaimoe Johanson, Jenny Sheinman, Nels Cline, Ike Willis nonché forte di esperienze professionali in RAI e insegnante di percussioni per NAM Bovisa).

“Tempo” è un album, o meglio, una lunghissima suite per pianoforte, tastiere elettroniche, percussioni di ogni genere e voce che si snoda in 18 tracce (o movimenti) collegate l’una all’altra (secondo gli stilemi del concept album di pop progressivo).
Suoni d’acqua, percussioni riverberate ed un piano “onirico” aprono la traccia d’apertura “Costruzione del pensiero”, per poi lasciar posto ad un positivo “rischiararsi” di tastiere e arpeggi pianistici in chiave maggiore.

Nel secondo movimento “L’anima” trovano spazio suoni puramente ambient (cinguettio d’uccelli e fruscio di foglie) i quali fanno da tappeto ad un piano che gioca, inizialmente, con accordi maggiori e minori, per poi fondersi con una linea melodica di moog talmente rilassante che oserei definire “terapeutica”. Qui siamo in puro suono new age. Brian Eno ne andrebbe sicuramente fiero.

Nel movimento terzo “La grande città” si affacciano sonorità ambient-house e improvvisazione jazz per tastiere (suoni tanto cari a polistrumentisti quali Brian Eno, Adrian Belew e Robert Fripp ma pure a gruppi come Emerson Lake and Palmer, Premiata Forneria Marconi, Banco del mutuo soccorso e altri). Qui le tastiere elettroniche dominano, seguendo i tipici dettami della contaminazione jazz progressiva degli anni ’70 (Weather report, ma anche Il Rovescio della medaglia, Area e Perigeo).

È nella traccia numero quattro “Respiro circolare” che emergono in tutta la loro suggestione le percussioni di Pacho, la cui irrequietezza (percuote di tutto, persino pezzi di lamiera) ricorda il Jamie Muir di “Lark’s tongues in aspic” (King Crimson).

Ritmi tribali e psichedelici caratterizzano il movimento quinto “Considerazioni & Riflessioni”, nonché un tessuto corale ipnotico. A un certo punto, a spazzare via tutto c’è nuovamente il piano di Binetti, grazie a un arpeggio morbido inserito in un vorticoso ed inquietante tappeto di suoni elettronici.

Xilofono e suoni acquatici fanno da sottofondo al primo movimento con voce narrante, ossia la traccia sei “Il viaggio continua”. “Diciamo di conoscere i segreti del mare e della gente, ma non sappiamo che la nostra mano destra non conosce la sinistra” è un assioma tristemente vero. Noi che pensiamo di conoscere, in realtà, non conosciamo: questo è il messaggio caldamente evocato dalla voce narrante. L’idea del mare e dell’oceano ricorre spesso e volentieri nella musica ambient, proprio come dichiarava lo slogan di una celebre etichetta discografica canadese di ambient music, ossia la Silent records: “La musica ambient fu inventata dall’Oceano”.

Le sonorità si fanno decisamente più dinamiche nella traccia sette “Nuovi orizzonti”, grazie agli arpeggi al piano di Binetti e alle percussioni incalzanti di Pacho. Suoni, voci e rumori elettronici che echeggiano da lontano ricordano certi esperimenti dei Pink Floyd nella celebre suite “Atom Heart mother” ma soprattutto le sperimentazioni “noise” di Adrian Belew con Robert Fripp. Un sottofondo d’archi (tastiere) molto suggestivo si fa posto un attimo prima che le atmosfere vengano riportate a misura d’uomo da un intrigante fraseggio jazz per moog.

Seducente il piano jazz del movimento ottavo “Parole vuote”, che si snoda sopra un intreccio di voci che, come recita quella narrante “Parlano, parlano, parlano… sempre/ Non conoscono… e parlano/ Ignoranti… e parlano/ Stupidi… e parlano…”. Questa è più un manifesto che una traccia, un manifesto contro l’abuso della libertà di espressione esercitato da troppa gente che non conosce eppure… parla!

A dir poco affascinante il movimento nove “Le stanze della mente”, nel quale le sonorità si fondono a quelle dance, dando vita ad un ambient-house in stile Cluster con Brian Eno e Orb.

Nel movimento dieci “Visioni magiche di un nuovo mondo” sembra di sentir suonare Dave Weckl alla batteria e Keith Emerson alle tastiere. Un brano perfetto a livello esecutivo. Qui lo stile ambient si fa da parte per un attimo per lasciar posto ad un jazz-fusion di stampo più convenzionale e facilmente catalogabile. Verso il termine della traccia ci pensa il pianoforte di Binetti a stemperare le sonorità jazzistiche tanto care agli amanti dei Weather report in favore di sapori decisamente più romantici e morbidi.

La numero undici “Meridiani” è una traccia brevissima di musica d’ambiente con sonorità tribali, grazie ad uno xilofono e alle magiche percussioni di Pacho.

La dodici “La calma”, anch’essa molto breve, apre con sonorità chill-out, per poi far spazio alle ipnotiche percussioni di Pacho.

Nel movimento tredici “Il mio domani” confluiscono elementi sonori paradossali e, per questo, affascinanti: le percussioni tribali che subentrano dalla traccia precedente, una specie di violino (sintetizzato) accompagnato da suoni inquietanti di tastiere che lasciano poi emergere un piano delicato e morbido di smooth jazz. L’intera traccia gioca moltissimo sui cambi d’umore della musica, facendo del movimento una sorta di altalena “bipolare” che dondola tra inquietudine e rilassatezza, tra tensione e distensione.

Nella traccia quattordici “Decostruzione del pensiero” emerge tutta la capacità di sperimentare (e osare) del duo, il quale sembra non voler lasciare che l’ascoltatore si rilassi definitivamente. Sonorità industriali sono seguite da una linea melodica di pianoforte morbida, per poi lasciar posto al suono “a mezz’aria” di un sintetizzatore moog. Il tutto, naturalmente, accompagnato da irrequietezze percussionistiche di fondo. Si riaffacciano di tanto in tanto divagazioni jazzistiche.

Particolarmente suggestivo è il movimento quindici “Lo farai”, nel quale la voce narrante si fa sentire di nuovo. Su di un tessuto sonoro di tranquillità post-apocalittica, dice all’essere umano: “Uomo, uomo, come ti sei ridotto! Nei tuoi occhi non vedo che un cumulo di stracci sporchi, e le tue braccia cadono sulla strada e si fondono con il catrame.” La parte migliore è quando la voce narrante racconta una breve storia dal forte impatto emotivo: “Ieri ho visto una donna; aveva nel suo stomaco tutti i miei ricordi… l’ho chiamata ma non mi ha risposto/ oggi ho visto un bambino, l’ho chiamato e gli ho chiesto se avesse visto la donna di ieri. Mi ha detto ‘Sì, è nei miei occhi!’”. A un certo punto torna a usare i toni inquietanti di apertura ed invita l’uomo a redimersi e a pulirsi; gli sputa in faccia la realtà, dicendogli che la storia non gli ha insegnato proprio niente e che continua a ripetere gli stessi errori. Poi lo invita di nuovo a ripulirsi e gli chiede se veramente è disposto a farlo. Brano recitato in modo suggestivo ed efficace nei cambi d’umore.

Il piano irrequieto che si ascolta nel movimento sedici “È adesso”, accompagnato da assolo di moog ricorda certe sonorità della PFM in “Storia di un minuto”, in particolare nella celebre “Dove, quando” (parte seconda).

Si ritorna a sonorità ambient nel movimento diciassette “Aliante”, sempre accompagnate dal bellissimo piano di Binetti e dalle intriganti percussioni di Ale “Pacho” Rossi. La musica stempera la tensione di certe divagazioni jazz in favore di un ritorno ad una musica rilassata e rilassante.

Molto affascinante la traccia di chiusura “La mente libera”, nella quale l’amore del duo per l’improvvisazione jazz e per la sperimentazione ritorna. Ricompaiono suoni e rumori di sottofondo che ricordano certi esperimenti di Adrian Belew con i King Crimson (Elephant talk), nonché una voce volutamente filtrata (probabilmente da un vocoder) che ricorda certe sonorità “robotiche” dei Kraftwerk. Suoni dalla giungla si fondono con i rumori dell’era tecnologica.

Il talento esecutivo del duo è invidiabile tanto quanto la sua capacità di sperimentare, di giocare con la fusione di suoni, nonché con gli umori di una musica “camaleontica” che si snoda tra tensione e distensione. “Tempo” è sicuramente un lavoro degno di nota, non solo per i fan di una ambient music ricca di contaminazioni jazz, ma soprattutto per chi ama una musica “totale”, difficilmente catalogabile e che volutamente non vuole lasciarsi definire.

A cura di Filippo Bombonato

Link di Roberto Binetti:
Sito ufficiale: www.robertobinetti.it
Facebook: https://www.facebook.com/robertobinetti.it/?ref=aymt_homepage_panel
Youtube: https://www.youtube.com/results?search_query=roberto+binetti

Link di Ale Pacho Rossi:
Facebook: https://www.facebook.com/pachofull/

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